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Sempre più adolescenti utilizzano l’intelligenza artificiale non soltanto per studiare, ma anche per parlare, chiedere consigli e cercare conforto. Un fenomeno che apre una domanda che riguarda tutta la società: perché, a volte, un ragazzo preferisce confidarsi con una macchina invece che con una persona?
C’è un momento, spesso invisibile agli occhi degli adulti, nel quale un adolescente prende il proprio smartphone, apre una chat e comincia a scrivere.
Non cerca necessariamente una risposta per un compito scolastico. Non vuole sapere una data storica, tradurre una frase o risolvere un problema di matematica.
A volte scrive semplicemente: «Mi sento solo».
Oppure: «Sono preoccupato».
O ancora: «Non so con chi parlarne».
Dall’altra parte non c’è un genitore, un insegnante, un amico o un professionista. C’è un sistema di intelligenza artificiale.
È uno dei cambiamenti più silenziosi della nostra epoca e, proprio per questo, uno dei più importanti da comprendere.
L’intelligenza artificiale è entrata rapidamente nella vita quotidiana dei ragazzi. È diventata uno strumento per studiare, creare immagini, cercare informazioni, scrivere testi e organizzare attività.
Ma il suo utilizzo sta andando oltre.
Per alcuni giovani, l’AI è diventata anche un interlocutore.
E questo ci obbliga a cambiare la domanda.
Non dobbiamo più chiederci soltanto quanto i ragazzi utilizzino l’intelligenza artificiale.
Dobbiamo chiederci perché sentano il bisogno di parlarle.
Un fenomeno che non riguarda soltanto la tecnologia
I numeri raccontano una trasformazione già in corso.
Secondo i dati dell’Atlante dell’Infanzia a Rischio di Save the Children, il 92,5% degli adolescenti utilizza strumenti di intelligenza artificiale. Ma c’è un dato che merita particolare attenzione: il 41,8% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di essersi rivolto all’AI quando si sentiva triste, solo o ansioso.
Dietro queste percentuali non c’è soltanto una nuova abitudine digitale.
C’è una questione sociale.
Perché se un adolescente sceglie un chatbot per raccontare qualcosa di personale, forse non stiamo osservando soltanto la crescita dell’intelligenza artificiale.
Stiamo osservando anche la crescita di un bisogno di ascolto.
Un bisogno che può nascere dalla solitudine, dalla paura del giudizio, dalle difficoltà scolastiche, dalle relazioni con i coetanei, dai conflitti familiari o semplicemente dalla difficoltà, tipica dell’adolescenza, di trovare le parole per raccontare quello che si prova.
La macchina risponde.
Sempre.
E questa disponibilità può diventare estremamente attraente.
La generazione sempre connessa che rischia di sentirsi sola
È uno dei grandi paradossi del nostro tempo.
I ragazzi sono più connessi che mai.
Possono parlare con persone che vivono dall’altra parte del mondo, condividere fotografie e video in pochi secondi, partecipare a comunità digitali e accedere a una quantità praticamente infinita di informazioni.
Eppure la connessione non significa necessariamente relazione.
Si può essere circondati da notifiche e sentirsi soli.
Si possono avere centinaia di contatti e non avere nessuno a cui telefonare quando si sta male.
Si può trascorrere ore online e avere comunque la sensazione di non essere realmente visti.
In questo contesto, l’intelligenza artificiale può diventare qualcosa di nuovo: non soltanto uno strumento, ma una presenza digitale sempre disponibile.
Una presenza che non chiede nulla in cambio.
Perché parlare con una macchina può sembrare più facile
La risposta è probabilmente più semplice di quanto immaginiamo.
Una macchina non giudica nello stesso modo in cui può farlo una persona.
Non c’è l’imbarazzo di incontrare il giorno dopo il compagno di classe al quale abbiamo raccontato una nostra fragilità.
Non c’è il timore che una confidenza venga raccontata ad altri.
Non c’è il silenzio imbarazzato di un adulto che non sa cosa rispondere.
E soprattutto non c’è la paura immediata di essere etichettati.
Per un adolescente che attraversa un momento difficile, tutto questo può rappresentare una porta d’ingresso apparentemente sicura.
Ma proprio qui si trova uno dei nodi più delicati.
Una risposta immediata non equivale necessariamente a una relazione.
Una conversazione con un’intelligenza artificiale non può sostituire la presenza di una persona capace di conoscere realmente quel ragazzo, la sua storia, il suo ambiente e i suoi cambiamenti.
La scuola davanti a una nuova sfida
Anche la scuola è chiamata a confrontarsi con questa trasformazione.
Per anni il dibattito ha riguardato soprattutto smartphone e social network.
Oggi il tema è diventato più complesso.
L’intelligenza artificiale può offrire enormi opportunità educative.
Può aiutare uno studente a comprendere un concetto difficile, proporre esercizi, semplificare un testo, tradurre contenuti e offrire modalità alternative di apprendimento.
Per gli studenti che incontrano particolari difficoltà, se utilizzata correttamente, può diventare anche uno strumento di accessibilità e inclusione.
Ma c’è una linea che non dovrebbe essere ignorata.
Utilizzare l’AI per imparare è una cosa.
Utilizzarla per evitare sistematicamente il confronto con le persone è un’altra.
La scuola non dovrebbe limitarsi a insegnare ai ragazzi come utilizzare l’intelligenza artificiale.
Dovrebbe insegnare anche quando non utilizzarla.
E soprattutto dovrebbe continuare a essere uno dei luoghi nei quali un giovane può sentirsi ascoltato, riconosciuto e accolto.
Non serve demonizzare l’intelligenza artificiale
La tentazione, davanti a ogni nuova tecnologia, è quella di cercare un colpevole.
È già accaduto con la televisione.
Poi con internet.
Poi con i videogiochi.
Poi con i social network.
Oggi il bersaglio è l’intelligenza artificiale.
Ma vietare o demonizzare una tecnologia difficilmente risolve il problema.
L’AI continuerà a entrare nelle nostre case, nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro.
I ragazzi dovranno imparare a utilizzarla.
La vera sfida sarà quindi costruire un rapporto consapevole con questa tecnologia.
Dobbiamo insegnare ai giovani che un chatbot può aiutare a studiare, creare, comprendere e informarsi, ma non deve diventare l’unico luogo nel quale cercare conforto.
Perché quando una persona sta male, la prima risposta non dovrebbe essere necessariamente una nuova tecnologia.
Dovrebbe essere una relazione.
La domanda che dovremmo rivolgere agli adulti
Forse, però, stiamo ponendo la domanda nel modo sbagliato.
Continuiamo a chiederci:
«Quanto tempo trascorrono i ragazzi davanti a uno schermo?»
È una domanda legittima, ma non sufficiente.
Dovremmo aggiungerne un’altra:
«Che cosa trovano dentro quello schermo che non riescono più a trovare fuori?»
Perché se un ragazzo trascorre ore a parlare con un’intelligenza artificiale, non basta togliere lo smartphone.
Bisogna capire cosa sta cercando.
Ascolto?
Conferme?
Informazioni?
Comprensione?
Compagnia?
Sicurezza?
La risposta cambia completamente il modo in cui dovremmo intervenire.
Genitori: meno controllo, più ascolto
Anche il ruolo delle famiglie diventa fondamentale.
Controllare uno smartphone può essere necessario in alcune situazioni, soprattutto quando esistono rischi concreti.
Ma il controllo non può sostituire il dialogo.
Un ragazzo che teme di essere giudicato potrebbe semplicemente imparare a nascondere meglio ciò che fa.
Un ragazzo che invece sa di poter parlare senza essere immediatamente rimproverato ha maggiori possibilità di chiedere aiuto quando ne ha bisogno.
Forse dovremmo recuperare una cosa apparentemente semplice: fare domande e aspettare la risposta.
Non soltanto:
«Hai fatto i compiti?»
«Quanto tempo sei stato al telefono?»
«Hai studiato?»
Ma anche:
«Come stai davvero?»
E soprattutto:
«C’è qualcosa di cui vuoi parlarmi?»
La tecnologia può essere intelligente. La relazione deve restare umana.
Non siamo davanti a una guerra tra esseri umani e macchine.
L’intelligenza artificiale non è necessariamente il nemico.
Può essere uno straordinario strumento di conoscenza, accessibilità e inclusione.
Il rischio nasce quando cominciamo a delegarle qualcosa che non dovrebbe essere delegato: la responsabilità di prenderci cura delle persone.
Un algoritmo può rispondere.
Una persona può esserci.
Un algoritmo può fornire informazioni.
Una persona può accorgersi che qualcosa non va.
Un algoritmo può simulare una conversazione.
Una persona può costruire una relazione.
Ed è proprio questa differenza che dobbiamo ricordare.
La vera sfida è fuori dallo schermo
Forse, allora, la domanda più importante non è se l’intelligenza artificiale diventerà sempre più presente nella vita dei nostri ragazzi.
Lo farà.
La domanda è quale società troveranno quando alzeranno gli occhi dallo schermo.
Troveranno adulti disposti ad ascoltarli?
Scuole capaci di accoglierli?
Spazi nei quali incontrarsi?
Comunità nelle quali sentirsi parte di qualcosa?
Amici con cui condividere le proprie paure senza vergognarsi?
Se la risposta sarà sì, l’intelligenza artificiale potrà rimanere ciò che dovrebbe essere: uno strumento.
Se invece lasceremo crescere una generazione nella quale la tecnologia diventa più disponibile delle persone, allora il problema non sarà l’AI.
Saremo noi ad aver lasciato un vuoto.
E nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà colmarlo davvero.
La tecnologia può diventare sempre più intelligente.
La nostra società, però, deve diventare sempre più capace di ascoltare.
Perché dietro ogni ragazzo che parla con una macchina potrebbe esserci semplicemente un ragazzo che sta cercando qualcuno che lo ascolti.
A cura della Redazione di Gazzetta Sociale