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A cura della D.ssa Giovanna Gallo Psicologa Sociologa Criminologa
Non sempre dietro l’uccisione di una donna c’è un disturbo psichico. Spesso la violenza affonda le sue radici in una cultura del possesso, del controllo e della subordinazione.
Un’altra donna uccisa. Un’altra vita spezzata. Un’altra famiglia costretta a fare i conti con una tragedia che non coinvolge soltanto la vittima, ma lascia ferite profonde nei figli, nei genitori, negli amici e nell’intera comunità.
Di fronte a un femminicidio, la tentazione è spesso quella di cercare immediatamente una spiegazione individuale: un disturbo psichico, una rabbia incontrollata, una personalità patologica.
Ma non sempre dietro un femminicidio c’è una malattia o un disturbo.
Esiste anche una dimensione culturale che non può essere ignorata. Una cultura nella quale la donna può ancora essere considerata un soggetto da controllare, possedere, limitare nella propria libertà. Una compagna che dovrebbe restare, una moglie che dovrebbe obbedire, una donna che dovrebbe accettare le regole stabilite dall’uomo.
È in questo contesto che il termine femminicidio assume un significato preciso.
Non si tratta semplicemente di sostituire una parola a un’altra. Si tratta di riconoscere che, in determinati casi, l’uccisione di una donna è legata proprio alla sua condizione di donna e a dinamiche di potere, possesso, controllo e dominio.
Il femminicidio, inoltre, raramente può essere considerato un evento completamente isolato. Prima dell’ultimo atto possono esserci segnali che vengono sottovalutati o normalizzati: aggressioni fisiche, umiliazioni, minacce, isolamento, controllo delle relazioni, limitazioni della libertà e dipendenza economica.
Uno schiaffo non è un incidente. È violenza.
Un insulto sistematico non è semplicemente una discussione di coppia. È violenza.
Impedire a una donna di essere economicamente autonoma o utilizzare il denaro come strumento di controllo significa esercitare violenza.
Riconoscere questi segnali è fondamentale perché la violenza non comincia necessariamente con un omicidio. Può iniziare molto prima, quando il controllo viene scambiato per amore e la gelosia per interesse.
Quando una relazione finisce, nessuno ha il diritto di trasformare quella fine in una condanna per l’altra persona.
Una donna non deve morire perché ha deciso di lasciare il proprio compagno. Non deve morire perché ha detto no. Non deve morire perché ha scelto la propria libertà. Non deve morire perché non ha accettato le regole imposte da un uomo.
E le conseguenze di un femminicidio non si fermano alla vittima.
Ci sono bambini che perdono la madre. Figli che perdono contemporaneamente una madre e, spesso, anche il padre. Genitori che vedono morire una figlia. Famiglie che devono convivere con un dolore destinato a cambiare per sempre le loro vite.
Per questo parlare di femminicidio significa anche interrogarsi sulla società nella quale questi delitti maturano.
Non è soltanto una questione di terminologia. È la necessità di riconoscere una realtà e di intervenire prima che la violenza raggiunga il suo esito più drammatico.
Da donna, prima ancora che da professionista, sento il dovere di dirlo: la violenza non è amore, il controllo non è protezione e una persona non può mai essere considerata proprietà di un’altra.
Chiamare il femminicidio con il suo nome significa anche questo: riconoscere la dignità, la libertà e il diritto all’autodeterminazione di ogni donna.
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