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di Fabio Buffa

Il fenomeno degli hikikomori, termine giapponese che letteralmente significa “stare in disparte” o “isolarsi”, rappresenta una sfida di ordine piscosociale complessa e delicata, che sta stravolgendo il concetto di “solitudine”della nostra epoca.
Nato originariamente in Giappone, verso la fine degli anni novanta, questo stato di autoisolamento, consapevole e radicale, ha ormai superato i confini asiatici per diventare un’emergenza globale che colpisce migliaia di giovani.
Sono soprattutto maschi, di età compresa tra i quattordici e i trent’anni; il mondo occidentale ha ormai conosciuto questo triste fenomeno, purtroppo anche l’Italia.
Chi decide di diventare un hikikomori non si limita a ridurre le proprie uscite all’esterno o a preferire la solitudine della propria stanza per brevi periodi, ma tronca deliberatamente e in modo sistematico ogni forma di contatto diretto con il mondo esterno, inclusi gli amici, i compagni di scuola e persino i membri della propria famiglia convivente. Con i famigliari le comunicazioni si riducono spesso a biglietti lasciati sotto la porta o a brevi interazioni per la consegna dei pasti.
Le cause alla base di questa scelta drastica sono molteplici e profondamente radicate nel tessuto della società odierna, caratterizzata da una pressione competitiva asfissiante, dall’obbligo performativo costante e dalla paura paralizzante del fallimento e del giudizio altrui.
La scuola, la famiglia e i contesti sociali caricano spesso i giovani di aspettative elevate, che molti non si sentono in grado di soddisfare, generando un senso di inadeguatezza così profondo da spingerli a ritirarsi dal gioco sociale per evitare la sofferenza.
Eh, sì, perchè l’isolamento degli hikikomori è fuga: una fuga sofferta, struggente, che sembra non avere una via d’uscita.
Ma attenzione: questo isolamento dei giovani, spesso ha motivazioni meno individuabili rispetto a quelle che abbiamo appena citato. La “fuga” è da un mondo reale che spaventa, che opprime e, ciò che è peggio, è che gli stessi ragazzi non riescono ad individuarne i motivi. Perchè riguarda l’inconsio e, nella misura meno remota, il subconscio, che non si riece a leggere.
Contrariamente a quanto si possa superficialmente pensare, non si tratta di una semplice dipendenza da internet o dai videogiochi, i quali rappresentano semmai una conseguenza o uno strumento di compensazione e di parziale socializzazione virtuale, piuttosto che la causa scatenante.
Per affrontare efficacemente questo fenomeno ed evitare che la reclusione diventi permanente, occorre mettere in atto soluzioni concrete e multidimensionali che coinvolgano diverse sfere della società: in primo luogo è fondamentale una profonda ristrutturazione del sistema scolastico e formativo, che deve trasformarsi da luogo di mera valutazione e competizione a uno spazio di accoglienza e valorizzazione delle diversità individuali, integrando alla didattica tradizionale programmi di educazione emotiva e sportelli di ascolto psicologico accessibili e privi di stigma. Sono sportelli capaci di intercettare i primi segnali di disagio.
In secondo luogo, il supporto alla genitorialità gioca un ruolo cruciale; le famiglie non vanno lasciate sole e colpevolizzate, ma supportate attraverso reti di mutuo aiuto e percorsi terapeutici mirati, che insegnino a non esercitare pressioni, a rispettare i tempi del ragazzo e a mantenere un canale comunicativo empatico e non giudicante.
A livello terapeutico, si rivelano efficaci gli interventi domiciliari e la figura del “compagno adulto”, un operatore specializzato che, con estrema delicatezza, tenta di stabilire un legame di fiducia con la persona che si isola, partendo dal suo spazio, dalla sua “tossica” comfort zone, per poi accompagnarlo gradualmente verso l’esterno.
Infine, le istituzioni devono investire nella creazione di centri di aggregazione giovanile informali e in progetti di reinserimento lavorativo e formatico protetti, basati sullo sviluppo delle competenze digitali maturate dai ragazzi durante l’isolamento, trasformando così una debolezza in una risorsa.
Solo attraverso una sinergia tra scuola, famiglie, psicologi e istituzioni si potrà restituire a questi giovani la speranza nel futuro.

 

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