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di Fabio Buffa

L’articolo 34 della Costituzione italiana recita testualmente che, la scuola è aperta a tutti e che l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita; gli anni, ora, sono dieci e nella realtà quotidiana il principio costituzionale, per troppi studenti e troppe famiglie, si scontra contro barriere economiche e sociali insormontabili.

In questa settimana è iniziata la scuola per alunni e alunne italiane, molti (troppi) organi d’informazione si sono soffermati sul tipo di zaino che va più di moda e sul diario più trendy.

Per i giovani che vivono in condizioni di fragilità materiale il percorso scolastico (che non è affatto né gratuito né garantito) un è più un diritto inalienabile. Più in generale, rischia di diventare un vero e proprio privilegio per pochi.

La povertà in Italia ha smesso da tempo di essere un problema marginale per diventare una crisi strutturale che colpisce direttamente le nuove generazioni, tanto che circa 1,3 milioni di minori vivono oggi in povertà assoluta e oltre un quarto dei ragazzi sotto i sedici anni è concretamente a rischio di esclusione sociale.

Sebbene i dati sulla dispersione scolastica esplicita abbiano registrato un calo storico (arrivando intorno all’otto per cento), permane un forte allarme sulla dispersione cosiddetta implicita, ovvero sulla condizione di moltissimi studenti che, pur completando formalmente il ciclo di studi, non raggiungono le competenze minime fondamentali in italiano, matematica e inglese; ciò a causa del contesto socio-economico svantaggiato in cui crescono.

Definire la scuola dell’obbligo “gratuita” è del resto una distorsione della realtà, poiché le famiglie meno abbienti devono affrontare continue spese vive che il welfare pubblico non riesce a coprire in modo adeguato. Le spese annuali per i testi scolastici e il corredo superano regolarmente le centinaia di euro per studente, l’accesso alle mense scolastiche è spesso subordinato a tariffe comunali che gravano pesantemente sui bilanci familiari e la cronica mancanza del tempo pieno, in quasi la metà delle scuole italiane, costringe i genitori a sostenere spese di accudimento private o a rinunciare al lavoro. A questo si aggiungono i costi per gli abbonamenti dei mezzi pubblici e per l’acquisto di dispositivi elettronici, come computer e tablet per la digitalizzazione, che rappresentano ostacoli invalicabili che tagliano fuori i ragazzi più poveri dall’apprendimento.

Questo divario non è solo economico ma anche fortemente geografico, con le regioni del Mezzogiorno che registrano i tassi più alti di deprivazione culturale e materiale, dove oltre il quaranta per cento dei minori è a rischio e dove la mancanza di tempo pieno o di impianti sportivi pubblici gratuiti isola ulteriormente i giovani.

La violazione sistematica del diritto allo studio perpetua così un circolo vizioso intergenerazionale, per cui un bambino povero a cui viene negata un’istruzione di qualità diventerà con estrema probabilità un adulto precario o disoccupato. Questo fenomeno alimenta continuamente il bacino dei giovani che non studiano e non lavorano, privando l’intero Paese di un enorme capitale umano e generando una profonda lesione della coesione democratica. Garantire l’effettivo diritto allo studio richiede quindi interventi strutturali urgenti, che vanno dal potenziamento dei fondi contro la povertà educativa alla totale gratuità dei libri di testo e delle mense per le fasce a basso reddito, fino a un investimento massiccio nel tempo pieno scolastico, poiché solo abbattendo queste barriere economiche la scuola potrà finalmente tornare a essere quel formidabile ascensore sociale previsto dai padri costituenti.

 

 

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