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di Fabio Buffa
Sui social corre l’orazione del Professor Paolo Crepet mentre, con il suo solito aplomb di chi ne sa più di tutti, cita gli episodi in cui interroga i ragazzi sul perchè “vi strafate di canne”. Sempre con aplomb, riferisce le risposte dei ragazzi, i quali si fanno le canne perchè “siamo stressati”.
“Voi siete stressati ??”, dice con tono severo Crepet, “e mio nonno …?? cosa doveva dire, mio nonno, che è cresciuto sotto i bombardamenti, i massacri, il fascismo …”.
Ecco!! Con quel, “cosa doveva dire mio nonno…”, il Professor Paolo Crepet ha commesso il più grave errore che si possa compiere, quando si dialoga e ci si confronta con i giovani: dare loro un giudizio in base al paragone con una generazione vissuta un secolo fa. Quindi, che non c’entra nulla con questa.
Quando l’adulto vede una forma di disagio tra i giovani, non deve giudicare i ragazzi, ma capire da dove arriva quel malessere. Il giudizio crea chiusura e mortifica un dialogo (quindi una conoscenza) già per natura difficile e complicato tra giovani e adulti.
Il grande limite delle generazioni dei genitori è quello di non essere in grado di chiarire e conoscere i contenuti (emotivi, psicologici, valoriali, spirituali) e i confini (interiori) dei ragazzi.
In tutti i periodi storici, le ultime generazioni hanno sempre una certa difficoltà a vivere le frustrazioni, non le accettano e le sentono come una punizione ingiusta, da vendicare. Ma oggi l’avvilimento sembra essere sopportato ancor meno di un tempo: un po’ perchè i ragazzi vivono in una società sempre più volta alla performance e un po’ perchè, partendo dagli stessi genitori, esiste una difficoltà sempre più grande ad accettare il senso di frustrazione del figlio. E non ci si rende conto che la mortificazione, l’insoddisfazione e la demoralizzazione, sono emozioni causate da eventi che accadono quando si vive la vita, volendolo fare in modo attivo.
La frustrazione del figlio ricade anche sul genitore, che vive male l’emozione del giovane, diventando così meno lucido nell’affrontare il problema. Perchè pure noi adulti abbiamo perso quella sensibilità che ci porta a vedere in una caduta l’opportunità per rialzarsi e ripartire. E la nostra preoccupazione la trasmettiamo nei nostri figli che, vista la tenera età, assorbono le nostre paure come spugne.
Spesso i giovani hanno paura nella difficile sfida dell’emanciparsi. Il luogo in cui il giovane dovrebbe sviluppare la propria emancipazione è certamente la scuola: ma quest’ultima è un’istituzione che viene organizzata più al servizio degli adulti che dei ragazzi. Questi ultimi non hanno più luoghi per riconoscere, motivare e spiegare le loro emozioni e tra queste ci sono la paura e la rabbia.
Paura e rabbia è più utile vederle come emozioni influenzate da molteplici fattori, sono emozioni primordiali, che hanno una funzione adattiva, quindi “sana”. Però se non sappiamo gestirle ecco che diventano disadattive e finiscono per compromettere il benessere mentale. In questo stato di malessere, o ci si chiude a riccio di fronte al mondo, o si reagisce, magari in modo violento. Giudicare quindi i comportamenti e i sintomi del malessere (per esempio le canne, per strafarsi, che citava Crepet) significa intraprendere una comunicazione (meglio, una non-comunicazione) con i ragazzi, che si ferma al visibile (la luce della spia) senza andare a capire che cos’è che non va.