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di Giuseppe Musto

La ASL Napoli 1 Centro ha impugnato la sentenza che riconosceva a Cristian Durso il diritto al rinnovo della carrozzina verticalizzante prescritta. Chiesta anche la sospensione dell’esecuzione. «Ad aspettare sono io. E ad aspettare è la mia autonomia»


Ci sono strumenti che per alcuni possono sembrare semplicemente oggetti. Una carrozzina, ad esempio.

Ma per chi ne ha bisogno per vivere la propria quotidianità, una carrozzina può significare molto di più: autonomia, libertà di movimento, dignità, possibilità di scegliere come vivere la propria giornata.

Per Cristian Durso, la carrozzina verticalizzante che gli è stata prescritta rappresenta esattamente questo.

Qualche settimana fa, la Gazzetta Sociale aveva raccontato la sua vittoria davanti al Tribunale di Napoli con l’articolo “Napoli, il Tribunale: la ASL deve garantire l’ausilio più adatto alla persona, anche oltre il tariffario”.


Leggi l’articolo precedente: “Napoli, il Tribunale: la ASL deve garantire l’ausilio più adatto alla persona, anche oltre il tariffario”

Quella decisione aveva rappresentato per Cristian un importante riconoscimento delle proprie ragioni.

Il Tribunale di Napoli aveva riconosciuto il suo diritto al rinnovo della carrozzina verticalizzante prescritta, un ausilio ritenuto necessario per le sue esigenze e per la sua autonomia.

Una battaglia affrontata con il supporto dell’Associazione Luca Coscioni e dell’avvocato Alessandro Bardini.

Sembrava, finalmente, la fine di un percorso difficile.

Invece la storia continua.

La ASL impugna la sentenza

Attraverso i suoi social, Cristian ha comunicato una nuova fase della vicenda: la ASL Napoli 1 Centro ha deciso di impugnare la sentenza del Tribunale e ha chiesto anche la sospensione della sua esecuzione.

La ASL ha il diritto di contestare una decisione giudiziaria attraverso gli strumenti previsti dalla legge.

Ma per Cristian il problema è un altro: nel frattempo, cosa succede alla sua vita quotidiana?

La carrozzina riconosciuta dal Tribunale non è ancora arrivata.

E così quella che sembrava essere la conclusione di una lunga battaglia si trasforma in una nuova attesa.

«La ASL ha certamente il diritto di appellarsi», scrive Cristian.

Poi, però, pone una domanda che va oltre il procedimento giudiziario:

«Mi chiedo perché non ci sia stata la stessa sollecitudine nel garantire un ausilio di cui è stata riconosciuta la necessità».

“Ad aspettare sono io. E ad aspettare è la mia autonomia”

È forse questa la frase che più di tutte racconta il significato della vicenda.

Perché il tempo di una pratica amministrativa o di un procedimento giudiziario non è necessariamente uguale al tempo di chi vive ogni giorno una condizione di disabilità.

Per Cristian, aspettare significa continuare a fare i conti con una limitazione concreta.

Significa vedere rimandata la possibilità di utilizzare uno strumento che considera fondamentale per la propria autonomia.

Ed è proprio qui che la storia di una singola carrozzina diventa una questione più grande.

Non si parla soltanto di un ausilio. Si parla della possibilità di vivere la propria vita nel modo più autonomo possibile.

Una questione che riguarda molti

La vicenda di Cristian riporta ancora una volta l’attenzione sul tema degli ausili per le persone con disabilità e sulla necessità che questi siano realmente adeguati alle esigenze della persona.

Nel precedente pronunciamento, il Tribunale di Napoli aveva affrontato proprio il tema dell’appropriatezza dell’ausilio, riconoscendo – secondo quanto riportato nella sentenza – la necessità di garantire alla persona lo strumento più adatto alle proprie esigenze, anche oltre i limiti del tariffario.

Un principio che, per Cristian, assume un significato molto concreto.

«Questa vicenda non riguarda soltanto il costo di una carrozzina. Riguarda il diritto alla salute, alla dignità e alla possibilità di vivere la propria vita con gli strumenti necessari».

Sono parole che riportano il dibattito dal piano burocratico a quello umano.

Perché dietro una prescrizione c’è una persona.

Dietro un ricorso c’è una persona.

Dietro una sentenza c’è una persona.

E dietro una richiesta di sospensione dell’esecuzione di quella sentenza, mentre la vicenda prosegue, c’è ancora una persona che aspetta.

“È triste dover arrivare davanti a un giudice”

Cristian non nasconde la propria amarezza.

«È triste dover arrivare davanti a un giudice per ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto».

Una frase che racchiude il senso della sua battaglia.

Non la richiesta di un privilegio, ma quella di poter disporre di uno strumento ritenuto necessario per la propria vita quotidiana.

Ora il procedimento proseguirà nelle sedi competenti e saranno i giudici a stabilire i prossimi passaggi.

Nel frattempo, però, Cristian continua a guardare avanti.

«Non ci facciamo scoraggiare e andiamo avanti».

Una promessa, ma anche una scelta.

Perché la sua battaglia non riguarda soltanto una carrozzina.

Riguarda l’autonomia.

Riguarda la dignità di poter vivere la propria quotidianità con gli strumenti adeguati.

Riguarda la possibilità di non dover trasformare ogni bisogno essenziale in una lunga battaglia burocratica e giudiziaria.

E soprattutto riguarda una domanda che resta sospesa:

quanto tempo deve aspettare una persona prima che un diritto riconosciuto sulla carta possa diventare finalmente un diritto vissuto nella vita di tutti i giorni?

Cristian, intanto, continua ad aspettare.

Ma non ha intenzione di arrendersi.

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