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Siamo raggiungibili in qualsiasi momento, ma non necessariamente vicini. Smartphone, social network, chat e videochiamate hanno reso la comunicazione più semplice e veloce che mai. Eppure la solitudine continua a crescere, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.
Non è soltanto una sensazione individuale. Nel 2025 l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito la solitudine e l’isolamento sociale una questione di salute pubblica: secondo la Commissione dell’OMS sulla connessione sociale, circa una persona su sei nel mondo si sente sola, mentre tra adolescenti e giovani adulti la proporzione arriva a circa una su cinque. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Una folla dentro lo schermo
Il paradosso della nostra epoca è evidente: possiamo avere centinaia di follower e, allo stesso tempo, nessuno a cui telefonare quando stiamo male.
La tecnologia, però, non è necessariamente la causa della solitudine. Può essere uno strumento per mantenere rapporti a distanza, ritrovare persone e creare nuove relazioni. Il problema nasce quando il contatto digitale prende completamente il posto dell’incontro reale.
Un “come stai?” scritto in chat non ha sempre lo stesso significato di una domanda pronunciata guardando qualcuno negli occhi. Un like non equivale a una presenza. Una lista di contatti non coincide con una rete di persone sulle quali poter contare.
Il confronto che non finisce mai
C’è poi il problema del confronto. Sui social vediamo una versione selezionata della vita degli altri: vacanze, feste, successi, amicizie e momenti felici.
Il rischio è confrontare la propria quotidianità, fatta anche di fallimenti e giornate difficili, con una vetrina costruita per mostrare soprattutto il meglio.
Questo meccanismo può alimentare la sensazione di essere esclusi o di non essere abbastanza. E più ci si sente soli, più si può cercare rifugio nello stesso ambiente digitale che, in alcuni casi, contribuisce ad aumentare il senso di distanza.
I giovani sono particolarmente vulnerabili
I dati internazionali confermano che la solitudine non riguarda soltanto gli anziani, come spesso si è pensato in passato. L’OMS segnala proprio tra adolescenti e giovani le percentuali più elevate: circa il 21% degli adolescenti riferisce di sentirsi solo. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Anche altre rilevazioni mostrano una maggiore vulnerabilità delle fasce più giovani. Secondo i dati globali Gallup, i 19-29enni registrano livelli di solitudine superiori rispetto agli adulti più anziani. (Gallup.com)
Il fenomeno va quindi osservato oltre la semplice quantità di tempo trascorsa online. La domanda non è soltanto “quanto usiamo i social?”, ma soprattutto “che tipo di relazioni stiamo costruendo?”.
Quando la solitudine diventa un problema di salute
La solitudine non è soltanto una condizione emotiva spiacevole. L’OMS evidenzia associazioni tra isolamento sociale e solitudine e una serie di conseguenze negative sulla salute fisica e mentale, oltre che sulla qualità della vita e sulla longevità. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Per questo il tema non dovrebbe essere liquidato con un semplice “spegni il telefono”. La solitudine può avere molte cause: trasferimenti, difficoltà economiche, cambiamenti familiari, lavoro, disabilità, esclusione sociale o mancanza di luoghi nei quali incontrarsi.
La tecnologia può accentuare il problema in alcune circostanze, ma non lo spiega da sola.
La soluzione non è sparire dalla rete
Che cosa possiamo fare, allora?
Non necessariamente cancellare tutti gli account o vivere senza smartphone. Piuttosto, tornare a considerare la tecnologia come uno strumento e non come un sostituto delle relazioni.
Una cena senza telefoni sul tavolo. Uno sport praticato insieme. Un’attività di volontariato. Una telefonata invece di un messaggio. Un invito rivolto a qualcuno che non vediamo da tempo.
Sono gesti semplici, ma hanno una caratteristica fondamentale: richiedono presenza.
Anche il mondo del lavoro mostra quanto il problema sia concreto. Un’indagine Gallup ha rilevato che circa un lavoratore su cinque nel mondo riferisce di aver sperimentato molta solitudine durante il giorno precedente, con livelli più elevati tra i dipendenti sotto i 35 anni. (Gallup.com)
La vera connessione
Forse il problema della nostra epoca non è che siamo troppo connessi, ma che spesso confondiamo la connessione con la relazione.
Essere raggiungibili non significa sentirsi compresi. Essere seguiti non significa essere conosciuti. Avere molti contatti non significa avere qualcuno su cui contare.
La tecnologia continuerà a far parte delle nostre vite e non c’è motivo di demonizzarla. La sfida, piuttosto, è usarla per avvicinare le persone senza permetterle di sostituire completamente la presenza umana.
Perché la vera connessione non si misura in follower, notifiche o messaggi ricevuti. Si misura nella possibilità di poter dire “non sto bene” e sapere che, dall’altra parte, qualcuno ci sarà davvero.