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di Giuseppe Musto
Ridurre il numero di studenti per aula per restituire qualità alla didattica, sicurezza agli ambienti scolastici e dignità all’inclusione. È questo l’obiettivo della proposta di legge di iniziativa popolare “Non più di 20 per classe”, depositata in Cassazione da Alleanza Verdi e Sinistra e ora in cerca delle 50.000 firme necessarie per l’approdo in Parlamento.
Il testo introduce un principio semplice e rivoluzionario: massimo 20 alunni per classe, con limiti ulteriormente ridotti in presenza di studenti con disabilità — 18 se è presente un alunno con disabilità, 15 in caso di più studenti con disabilità o disabilità grave.
Per salvaguardare i piccoli plessi delle zone montane e insulari, viene stabilito anche un minimo di 14 studenti.

Un sovraffollamento che pesa sulla qualità

Il problema delle “classi pollaio” è radicato e ancora attuale. Il DPR 81/2009 consente numeri ben più alti: 26 alunni nella scuola dell’infanzia e primaria, 27 nella secondaria, con ulteriori deroghe che spesso portano a superare queste soglie.
Anche se i dati nazionali indicano che solo una parte limitata delle classi supera formalmente questi limiti, la realtà quotidiana racconta altro: prime superiori con 28-30 studenti, sezioni che cambiano alunni ogni anno per tentare di “riassorbire” gli eccessi e insegnanti costretti a gestire gruppi troppo numerosi.

A risentirne è la qualità dell’apprendimento: meno interazione, meno personalizzazione, più difficoltà nella gestione del clima di classe.

La situazione attuale degli alunni con disabilità

In Italia gli alunni con disabilità aumentano ogni anno: superano ormai i 300.000, e nella maggior parte dei casi sono inseriti in classi molto numerose.
Circa il 60% frequenta aule con più di 22-23 studenti, mentre sono pochissimi gli istituti che riescono a creare gruppi ridotti, nonostante le indicazioni ministeriali sottolineino l’importanza della “progettazione inclusiva”.

Le difficoltà più ricorrenti sono:
• docenti di sostegno insufficienti o non in continuità;
• ritardi nelle assegnazioni;
• poca possibilità di lavorare in piccoli gruppi;
• difficoltà nel garantire l’attenzione individuale;
• barriere relazionali, emotive e sensoriali create dal sovraffollamento;
• frequenti richieste di deroghe non accolte.

In alcune scuole, soprattutto quelle molto popolate, capita perfino che genitori di studenti con disabilità si sentano “sconsigliare” l’iscrizione a causa del numero elevato di alunni in classe: un comportamento illegittimo, come ribadito dal Tribunale di Termini Imerese nel 2024.

I benefici che gli studenti con disabilità avrebbero da classi più piccole

La riduzione del numero massimo di studenti non è solo un intervento organizzativo, ma una misura di giustizia educativa.
Per gli alunni con disabilità, i vantaggi sarebbero immediati e profondi:
• Maggior attenzione individuale da parte del docente curricolare e di sostegno.
• Migliore gestione delle dinamiche di gruppo, fondamentale per studenti con difficoltà relazionali o disturbi del comportamento.
• Poter realizzare davvero la didattica inclusiva, con attività personalizzate e lavori in piccolo gruppo.
• Riduzione del carico sensoriale, importante per studenti con disturbi dello spettro autistico.
• Maggiore sicurezza nelle evacuazioni e negli spostamenti.
• Possibilità di continuità didattica e progettazione più efficace del PEI.
• Relazioni più forti e meno conflittuali tra pari.

Una classe meno affollata permette agli insegnanti di lavorare meglio e agli studenti di apprendere con dignità, senza essere schiacciati da un contesto troppo caotico.

Inclusione ancora troppo spesso negata

La riforma affronta anche un problema strutturale: il mancato rispetto del diritto all’inclusione.
Nonostante i principi sanciti dalla legge 104/1992, troppe famiglie vivono ancora situazioni in cui la scuola non riesce a garantire spazi e tempi adeguati agli studenti con bisogni complessi.
Ridurre il numero di alunni significa intervenire sulle condizioni reali, non solo sulle dichiarazioni di principio.

Un investimento, non una spesa

La proposta prevede:
• un dirigente scolastico ogni 400 studenti, o 200 nelle zone isolate;
• un potenziamento del personale ATA;
• copertura economica di circa un miliardo nel triennio 2026-2028, reperita dalla revisione dei fondi alle paritarie non inclusive.

Un passo che trasforma il calo demografico in opportunità e che punta a restituire alla scuola pubblica standard pedagogici ed educativi di qualità.

Una riforma che parla a tutto il Paese

Classi meno affollate significano più ascolto, più sicurezza, più equità.
Una scuola che guarda al futuro, non alle tabelle di risparmio.
Una scelta che supera i confini politici e riguarda la vita quotidiana di milioni di famiglie.

Perché una scuola che funziona è una scuola che include, sostiene, accompagna.
È una scuola che pone le persone, e non i numeri, al centro del processo educativo.

E, come ricordava Maria Montessori, “La scuola deve diventare il luogo dove si costruisce il futuro dell’umanità.”

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