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di Giuseppe Musto
Le parole pronunciate nel corso della trasmissione DiMartedì hanno riaperto una ferita che il dibattito pubblico italiano continua a non sanare: l’uso superficiale e spesso irresponsabile della disabilità come strumento retorico. Al centro della polemica il giornalista Massimo Giannini, le cui affermazioni hanno suscitato una reazione immediata e trasversale.
Non si tratta di una semplice “frase infelice”, né di una lettura troppo sensibile del pubblico. Il problema è più netto: la scelta di utilizzare una condizione di disabilità come metafora dell’inutilità politica non è solo discutibile, è culturalmente regressiva.
Una scorciatoia retorica maldestra
Nel linguaggio politico e televisivo le metafore sono strumenti legittimi. Ma quando diventano scorciatoie per descrivere il fallimento o l’inerzia, rischiano di trasformarsi in stereotipi travestiti da analisi.
Associare una persona in sedia a rotelle all’immobilismo non è una provocazione brillante: è una semplificazione grossolana che ripropone un immaginario che la società contemporanea dice di voler superare, ma che continua a riaffiorare nei momenti meno controllati del discorso pubblico.
L’effetto: non provocazione, ma offesa culturale
La reazione non è stata un eccesso emotivo, ma la conseguenza diretta di un messaggio percepito come svalutante. Ridurre la disabilità a simbolo di inutilità non è un’iperbole innocua: è un’impostazione linguistica che alimenta una visione distorta delle persone con disabilità, come se la loro condizione coincidesse con una limitazione del loro valore sociale.
È qui che la retorica crolla: quando la figura usata come metafora non è neutra, ma appartiene a una realtà già segnata da stigma e barriere.
Il silenzio che pesa più delle parole
Nel contesto televisivo, anche l’assenza di una presa di distanza immediata ha contribuito ad amplificare la polemica. In un dibattito pubblico maturo, certe affermazioni non dovrebbero semplicemente “passare”, nemmeno nel registro della provocazione.
La replica e il nodo irrisolto
La successiva difesa, centrata sull’idea di una “distorsione” delle parole, non affronta il punto centrale: il problema non è solo come quelle frasi siano state interpretate, ma il fatto che abbiano potuto essere formulate in quei termini senza che emergesse, nell’immediato, la loro problematicità.
Una questione culturale, non episodica
Questo episodio non è isolato. È il sintomo di un’abitudine ancora radicata nel linguaggio pubblico: usare la disabilità come metafora negativa, come sinonimo di limite, stagnazione o irrilevanza.
Finché questa scorciatoia continuerà a essere considerata accettabile, il problema non sarà solo semantico. Sarà culturale.
Perché certe parole non descrivono soltanto ciò che si vuole dire. Rivelano anche il modo in cui si guarda al mondo.