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di Fabio Buffa
Il concetto di dipendenza viene quasi sempre associato a immagini precise e stereotipate, come l’abuso di sostanze stupefacenti, l’alcolismo o il gioco d’azzardo compulsivo; sono immagini che ci spingono a credere che si tratti di un difetto intrinseco della mente umana, un’anomalia comportamentale, che porta inevitabilmente a un’autodistruzione visibile e stigmatizzata.
In realtà, la dipendenza è un meccanismo molto più subdolo, che spesso si nasconde dietro abitudini e comportamenti perfettamente integrati e persino incoraggiati dal tessuto sociale contemporaneo. In poche parole, i social media e la pubblicità in generale, ci spingono (ovviamente non sempre, ma troppo spesso) ad acquisire comportamenti e abitudini atti a stimolare la complessa alterazione dei circuiti mentali della ricompensa, portandoci alla dipendenza di un qualcosa. Quando un legame o un’azione ricevono l’approvazione della collettività, tendiamo a non riconoscerli come tossici, eppure il loro potenziale dannoso, per il benessere psicofisico, non è dissimile da quello delle droghe tradizionali.
Pensiamo ad esempio allo shopping compulsivo, spesso camuffato da semplice passione per gli acquisti o gratificazione personale, che può degenerare in un vero e proprio disturbo del controllo degli impulsi, capace di azzerare le finanze e creare profondi stati d’ansia.
Allo stesso modo, la dipendenza affettiva si nutre della retorica dell’amore assoluto e del sacrificio per l’altro, trasformando le relazioni in gabbie psicologiche dove l’individuo annulla la propria identità e la propria autonomia pur di non affrontare il terrore dell’abbandono.
Non meno rilevante è la dipendenza informatica, un fenomeno alimentato da una società iperconnessa che richiede una costante presenza digitale, dove il bisogno ossessivo di controllare notifiche, social media o videogiochi, finisce per isolare le persone dalla realtà, alterando i ritmi biologici e le capacità cognitive. Nel momento in cui ti rifugi nell’informatica, a casa, nella tua stanza, per una difficoltà ad aprirti al mondo, il rischio che corri è di un ritiro sociale, un isolamento, che può mettere in serio pericolo l’equilibrio psicofisico.
Questo dimostra che il nucleo profondo della dipendenza non risiede nell’oggetto in sé, sia esso una molecola chimica, una slot machine o uno smartphone, ma nella modalità disfunzionale con cui l’individuo si relaziona a esso, per colmare un vuoto interiore o per fuggire da una realtà dolorosa. Finché continueremo a catalogare le dipendenze solo in base alla loro legalità o accettabilità sociale, rimarremo ciechi di fronte a sofferenze silenziose, ma altrettanto devastanti, ignorando che ogni comportamento ripetitivo che priva l’essere umano della sua libertà di scelta e danneggia la sua qualità della vita, merita lo stesso livello di attenzione, comprensione e cura.