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Più studenti con disabilità nelle classi italiane, ma la scuola continua a fare i conti con insegnanti che cambiano, carenze di personale e servizi a macchia di leopardo. L’inclusione cresce sulla carta, meno nella quotidianità.
ROMA – L’Italia continua a rivendicare un primato che il resto d’Europa le riconosce da decenni: quello della scuola inclusiva. Dal 1977 gli alunni con disabilità frequentano le classi comuni e il nostro modello è considerato uno dei più avanzati al mondo. Ma tra il principio sancito dalle leggi e la vita quotidiana delle scuole resta una distanza che i numeri, oggi più che mai, rendono evidente.
Il nuovo quadro tracciato dall’ISTAT sull’anno scolastico 2024-2025 racconta una scuola che include sempre di più, ma che fatica ancora a garantire un’inclusione capace di trasformarsi in reale opportunità educativa.
Gli studenti con disabilità hanno raggiunto quota 377 mila, il 4,8% della popolazione scolastica, con un incremento del 5% in un solo anno e una crescita costante nell’ultimo decennio. È il segno di una scuola che intercetta meglio i bisogni educativi e che continua a credere, almeno sul piano normativo, nella frequenza delle classi comuni come diritto irrinunciabile.
Ma il dato quantitativo, da solo, non basta a raccontare la qualità dell’inclusione.
La fotografia cambia quando si osserva ciò che accade dentro le scuole.
Il primo nodo riguarda gli insegnanti di sostegno. La formazione migliora: oggi quasi otto docenti su dieci possiedono la specializzazione prevista, contro poco più di sei su dieci cinque anni fa. È un progresso importante, frutto degli investimenti degli ultimi anni.
Eppure il sistema continua a mostrare profonde fragilità. Restano decine di migliaia di cattedre affidate a personale non specializzato, mentre ogni settembre migliaia di famiglie attendono settimane prima che venga assegnato il docente di sostegno. Anche nell’ultimo anno scolastico oltre un quinto dei posti risultava ancora scoperto all’avvio delle lezioni.
Una scuola inclusiva non può permettersi di iniziare in ritardo.
Ma è soprattutto la continuità didattica a rappresentare la vera emergenza.
Secondo l’ISTAT, quasi sei studenti con disabilità su dieci cambiano insegnante di sostegno. Per molti significa dover ricominciare ogni anno un percorso educativo costruito con fatica, ricreare relazioni di fiducia, ripartire da capo nella conoscenza dei bisogni, delle autonomie e delle strategie didattiche.
Per uno studente con disabilità il docente di sostegno non è soltanto un insegnante. È spesso il punto di riferimento che accompagna il percorso di crescita, facilita le relazioni con la classe e costruisce un progetto educativo condiviso con la famiglia e con gli altri docenti. Quando quella figura cambia continuamente, a interrompersi non è soltanto un rapporto professionale: si spezza una parte del percorso di inclusione.
Anche sul fronte dell’accessibilità i progressi convivono con ritardi difficili da ignorare.
Le scuole dispongono oggi di un numero maggiore di postazioni informatiche adattate e cresce la quota di edifici accessibili agli studenti con disabilità motoria. Tuttavia gli ausili dedicati agli alunni con disabilità sensoriali restano insufficienti e l’offerta continua a variare profondamente da territorio a territorio.
È la conferma di una scuola che cambia velocità a seconda del luogo in cui si nasce.
L’inclusione, infatti, continua ad avere un forte codice di avviamento postale.
Nel Mezzogiorno persistono maggiori difficoltà organizzative e infrastrutturali, mentre anche nel Nord emergono criticità legate alla carenza di insegnanti specializzati e all’elevato turnover del personale. Il risultato è un sistema nazionale che garantisce gli stessi diritti sulla carta, ma non sempre le stesse opportunità nella realtà.
In questo scenario si inserisce anche il tema della dispersione scolastica.
Negli ultimi anni il fenomeno è diminuito sensibilmente e l’Italia si avvicina agli obiettivi fissati dall’Unione europea. Ma il dato medio rischia di nascondere le situazioni più fragili.
Non esistono ancora statistiche nazionali complete che misurino l’abbandono scolastico degli studenti con disabilità, ma tutte le ricerche convergono su un punto: quando alle difficoltà educative si sommano condizioni economiche svantaggiate, isolamento sociale o servizi insufficienti, il rischio di esclusione aumenta.
Ed è proprio qui che emerge la differenza tra integrazione e inclusione.
Integrare significa consentire a uno studente di entrare in classe.
Includere significa metterlo nelle condizioni di partecipare, apprendere, costruire relazioni, sviluppare autonomie e raggiungere il proprio progetto di vita.
La distanza tra questi due concetti continua a rappresentare la principale sfida della scuola italiana.
Servono insegnanti specializzati e stabili, nomine tempestive, assistenza garantita fin dal primo giorno di scuola, tecnologie accessibili, ambienti realmente inclusivi e una formazione continua che coinvolga tutto il personale scolastico, non soltanto i docenti di sostegno.
Perché l’inclusione non è una delega affidata a una sola figura professionale. È la qualità dell’intera comunità educante.
L’Italia dispone di un patrimonio normativo che molti Paesi ancora guardano come modello. Oggi, però, la sfida non è più scrivere nuove leggi. È rendere effettivi i diritti che quelle leggi hanno già riconosciuto.
I numeri raccontano una scuola che accoglie sempre più studenti con disabilità. La realtà quotidiana ricorda, invece, che accogliere non basta.
L’inclusione smette di essere una parola quando ogni studente, indipendentemente dalle proprie condizioni, può entrare in classe il primo giorno dell’anno, trovare gli insegnanti, gli strumenti e il sostegno necessari e avere le stesse possibilità di costruire il proprio futuro.
Solo allora il modello italiano potrà dirsi davvero compiuto.