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di Fabio Buffa

In contrapposizione ai deplorevoli film “cinepanotteschi”, in cui la disabilità troppo spesso è stata presentata come elemento per far ridere sguaiatamente orde di spettatori ignoranti, il cinema ha spesso affrontato il tema della disabilità con profonda sensibilità, regalando al pubblico storie indimenticabili che hanno lasciato un segno indelebile.

Tra i titoli più celebri spicca senza dubbio “Quasi amici – Intouchables”, del 2011, una commovente pellicola francese in cui “un ricco aristocratico, diventato tetraplegico a causa di un incidente in parapendio, assume come badante un giovane e scanzonato ragazzo di periferia appena uscito di prigione, dando vita a un’amicizia travolgente che cambierà per sempre le vite di entrambi”.

Molto toccante è “Wonder”, del 2017, tratto dal libro del 2012, un film che ha commosso milioni di spettatori raccontando come “August Pullman, un bambino nato con la sindrome di Treacher Collins che gli ha causato gravi malformazioni facciali, si trova ad affrontare per la prima volta il mondo della scuola pubblica, superando bullismo e pregiudizi grazie alla sua straordinaria forza interiore e al supporto della sua famiglia”.

Entrato di diritto nell’immaginario collettivo, “Forrest Gump”,  del 1994, leggendario e proverbiale,  resta uno dei successi più travolgenti di sempre, mostrando come, “un uomo con un lieve ritardo cognitivo e problemi motori, riesca, grazie a una straordinaria purezza d’animo e a una serie di incredibili coincidenze, a diventare un eroe di guerra, un campione di ping-pong e un imprenditore di successo, attraversando da protagonista i momenti più cruciali della storia americana”.

Il legame genitoriale viene invece esplorato con drammatica intensità in “Mi chiamo Sam”, film del 2001, dove, “un padre affetto da un ritardo mentale, che non gli consente di avere l’età mentale superiore ad un bambino di sette anni, intraprende una dura battaglia legale contro i servizi sociali per non perdere la custodia dell’amata figlia, dimostrando che l’amore genitoriale va oltre ogni limite cognitivo”.

Un ritratto intimo e devastante della perdita della memoria ci viene offerto da “The Father – nulla è come sembra”, del 2020, un capolavoro in cui, “un uomo anziano e orgoglioso rifiuta categoricamente l’assistenza della figlia mentre comincia a perdere progressivamente il contatto con la realtà a causa della demenza senile, intrappolando lo spettatore nella sua stessa percezione distorta del tempo e dei luoghi”.

Anche il cinema italiano ha saputo trattare l’argomento con intelligenza e ironia in “Si può fare”, del 2008, una commedia ispirata a storie vere che racconta come, “un sindacalista degli anni Ottanta, trasferito alla guida di una cooperativa di pazienti dimessi dai manicomi dopo l’introduzione della legge Basaglia, riesca a valorizzare le capacità professionali di ciascuno di loro”.

La musica diventa invece lo strumento di riscatto in “Ray”, un trascinante film biografico che ripercorre “la straordinaria ascesa artistica e personale di Ray Charles, il quale, rimasto completamente cieco durante l’infanzia a causa di un glaucoma, riesce a superare il dolore, la dipendenza e le discriminazioni fino a diventare una leggenda assoluta della musica mondiale”.

Altra leggendaria pellicola è “Rain Man”, del  1988, in cui attraverso le straordinarie recitazioni di Dustin Hoffman e Tom Cruise, “si narra la storia di due fratelli; Charlie Babbitt, un cinico venditore d’auto che, escluso dall’eredità paterna a favore di un beneficiario anonimo, scopre l’esistenza di Raymond, un fratello maggiore autistico e genio del calcolo che vive in una clinica. Con l’intento di ottenere la sua parte di soldi, Charlie decide di rapire il fratello per portarlo con sé in California: poiché Raymond si rifiuta di volare, i due intraprendono un lungo viaggio in auto attraverso l’America. Lungo la strada, la frustrazione iniziale di Charlie per le rigide manie del fratello si trasforma in affetto reale, portandolo anche a ricordare che Raymond era il “Rain Man” che lo confortava da bambino. Questa convivenza forzata, culminata con lo sfruttamento delle doti di Raymond nei casinò di Las Vegas per risanare i debiti di Charlie, cambierà profondamente il giovane venditore, che metterà da parte l’egoismo riscoprendo il valore del legame fraterno”.

 

 

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