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di Fabio Buffa

Nell’era contemporanea, il panorama scolastico ha subìto una metamorfosi radicale a causa della presenza ormai invasiva degli strumenti di comunicazione, come iPhone e smartphone, dispositivi capaci di catturare costantemente la mente dei giovani e di interventire sulla loro concentrazione.

Oggi giorno, infatti, il disturbo dell’attenzione, che lo si voglia considerare una patologia clinica o semplicemente una risposta fisiologica all’iperstimolazione digitale, è diventata una condizione quasi endemica all’interno delle aule, trasformando la gestione della classe in una sfida quotidiana senza precedenti.

Oggi gli strumenti utlizzati dal “maestro” per attirare l’attenzione non sono più quelli di un tempo:  se una volta per l’insegnante era sufficiente alzare la voce o rivolgere uno sguardo serio per evocare negli alunni un timore reverenziale e ristabilire l’ordine, oggi quelle reazioni sembrano appartenere a un’epoca definitivamente tramontata.

Di fronte a questo scenario, l’unica vera fonte di autorevolezza rimasta al professore e all’insegnante in genere, è la “forza della parola”, dove il termine “forza” sta proprio a significare un “rafforzamento”, un allenamento, quotidiano e sempre in evoluzione, dove la parola diventa la  cerniera tra l’insegnante e l’alunno. Il maestro moderno non può assolutamente permettersi il lusso di insegnare senza dare importanza alla parola e al modo di esporla.

Lo scopo profondo dell’insegnamento deve quindi spostarsi dal semplice trasferimento di nozioni alla capacità di accendere nell’alunno il desiderio autentico di sapere, un fuoco che i dispositivi elettronici tendono invece a spegnere nella passività dello schermo.

Di conseguenza, l’indicatore del successo pedagogico cambia radicalmente, poiché l’insegnante stesso si deve accorgere di aver svolto una buona lezione non quando ha semplicemente esaurito il programma della giornata, ma quando, nel dialogo vivo con la classe  (attraverso la parola), sente di aver imparato a sua volta qualcosa di nuovo, realizzando quel cerchio perfetto in cui la conoscenza si rigenera continuamente grazie allo scambio reciproco.

La comunicazione verbale e il tono della voce rappresentano oggi i canali principali per competere efficacemente con gli stimoli degli smartphone e catturare l’attenzione in classe, richiedendo al docente di trasformare il proprio modo di parlare in un vero strumento di lavoro.

Per ottenere questo risultato è fondamentale adottare precise tecniche di aggancio vocale, come la variazione costante del tono, che alterna picchi di entusiasmo a momenti di sussurro improvviso per destare la curiosità profonda dei ragazzi; oppure l’uso di pause strategiche, capaci di interrompere la frase a metà per creare un vuoto acustico che riporta gli alunni all’attenzione.

Sarebbe utile un approccio in cui l’insegnate adotti  l’uso del “noi”, una scelta linguistica che coinvolge direttamente l’aula, trasformando la lezione nell’esplorazione di un problema comune da risolvere insieme e non in una nozione da subire passivamente.

Infine, la gestione dello spazio deve integrarsi perfettamente con quella della voce, spingendo l’insegnante a camminare tra i banchi per sfruttare la prossimità vocale e modificare l’orientamento del suono, evitando un punto di ascolto statico e noioso.

Possiamo dire che oggi iPhone, smartphone e intelligenza artificiali si stanno mettendo in concorrenza con l’insegnate?

Certo!!

E la soluzione non è negare questa realtà, criticarla istericamente, con continui piagnistei nostalgici in riferimento a quando l’insegnate aveva la bacchetta e metteva gli alunni discoli dietro la lavagna; non si devono colpevolizzare i ragazzi, ma si deve essere consapevoli che la realtà è quella degli strumenti tecnologici in concorrenza con i maestri. Si deve correre ai ripari, ridisegnando metodi e tecniche d’insegnamento, nella consapevolezza che ormai il maestro non trasmette autorevolezza in quanto tale, ma deve saperla trasmettere attrraverso modalità che rendano la lezione interessante. L’insegnante inoltre deve rendersi conto che il mettersi in gioco (e in discussione) è diventato qualcosa di indispensabile.

I ragazzi oggi sono sempre più immersi nel digitale, con uno smatphone che permette loro continui viaggi nell’immaginario, durante i quali l’insicurezza e le paure della vita si mettono in pausa. Ma da questi viaggi si torna sempre con le spalle meno robuste per supportare il peso della quoatidinità.

Ed è così che il cellulare diventa uno strumento psicotecnico, che sostitusice il ragionamento, il lavoro della mente e da l’illusione di attenuare la sofferenza.

Gli insegnati, consapevoli di questa realtà, non devono farne i conti attaccandola, contestandola in modo improduttivo.

Il maestro deve saper proporre alla classe un’alternativa di comunicazione, verbale, gestuale, comportamentale che, in modo accattivante e stimolante, si metta in una posizione, non di competitività, ma di parallelismo, rispetto alla comunicazione digitale. E il ragazzo deve essere educato affinchè sappia decidere autonomamente quando queste due “parallele” debbano incontrarsi.

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