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Viviamo in una società sempre meno attenta ai bisogni e alle esigenze delle persone disabili non autosufficienti: a livello politico istituzionale, la nostra classe dirigente si distingue per i litigi di coalizione oppure per le mosse da propaganda elettorale, che si concretizzano con quattro soldi di riduzione di benzina e gasolio alle pompe. Ma i problemi di chi non è autosufficiente (giovane o anziano che sia) sembrano interessare sempre meno e le famiglie sono lasciate sole.

A venire trascurato è anche il sacrosanto diritto di rimanere nel proprio contesto famigliare per chi non è autonomo nel gestire la propria quotidianità.

Il diritto di vivere la propria condizione di disabilità tra le mura della propria casa rappresenta un principio cardine di dignità e civiltà che la nostra società non deve permettersi di ignorare. Per una persona fragile, l’ambiente domestico non costituisce semplicemente un riparo fisico, ma è il custode profondo dell’identità personale, della memoria storica individuale e di una fitta rete di relazioni affettive quotidiane che nessun istituto residenziale, per quanto moderno ed efficiente, potrà mai sperare di replicare.

Allontanare un individuo dal proprio contesto familiare e sociale per inserirlo in una struttura protetta equivale spesso a un doloroso e traumatico sradicamento che accelera il decadimento cognitivo e psicologico, spezzando bruscamente quei legami quotidiani che tengono in vita il senso di appartenenza.

Per questa ragione, perseguire e valorizzare la permanenza a domicilio deve configurarsi come la priorità assoluta delle politiche socio-sanitarie contemporanee. Questo traguardo non si realizza però con le sole buone intenzioni, ma necessita di un radicale cambio di paradigma che metta stabilmente al centro l’assistenza domiciliare integrata, trasformandola da intervento frammentario ed residuale a pilastro strutturale del Welfare.

Curare a casa significa garantire servizi medici, infermieristici e assistenziali flessibili, capaci di modellarsi sulle esigenze del paziente e di tutelarne la massima autonomia residua.

Accanto a questo sforzo istituzionale, emerge la figura fondamentale e spesso invisibile del caregiver familiare, colui che si fa carico quotidianamente della cura complessa del proprio caro, affrontando un peso fisico ed emotivo immenso che sfocia frequentemente nell’isolamento sociale, nell’impoverimento e nel burnout. Sostenere chi cura è un dovere etico oltre che una necessità pratica: se il caregiver crolla, l’intero sistema della domiciliarità fallisce inevitabilmente, spingendo la persona fragile verso l’istituzionalizzazione coatta. Diventa quindi indispensabile promuovere e finanziare in modo diffuso specifici progetti di sollievo, concepiti per offrire momenti di reale respiro a chi assiste. Questi interventi, che spaziano dai ricoveri di sollievo temporanei in strutture, alla presenza programmata di operatori qualificati a domicilio per alcune ore alla settimana, fino ai percorsi di supporto psicologico, non sono concessioni assistenziali ma investimenti per preservare la salute psicofisica del nucleo familiare: il “pubblico” spende “100” oggi per tenere a casa una persona e ne risparmia 1000 dai benefici che il progetto domiciliare garantisce. Solo attraverso un’autentica alleanza terapeutica e sociale tra istituzioni, servizi territoriali, volontariato e famiglie, si può costruire una comunità realmente inclusiva, capace di proteggere la vulnerabilità senza isolarla, restituendo a ogni persona la libertà di abitare la propria vita fino all’ultimo istante circondato dagli affetti più cari.

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