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di Giuseppe Musto
Negli ultimi anni, il confine tra libertà d’espressione e offesa gratuita si è fatto sempre più labile, soprattutto sui social network. Un caso emblematico è quello della disabilità, spesso finita nel mirino di contenuti satirici che, più che far riflettere, si limitano a suscitare ilarità a spese dei più fragili.

L’umorismo che divide

La satira, per definizione, è una forma di critica sociale. Tuttavia, quando l’oggetto dello scherzo diventa la condizione fisica, cognitiva o sensoriale di una persona, si rischia di oltrepassare la soglia dell’ironia per entrare nel territorio della discriminazione. Il fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti online, dove i contenuti virali spesso premiano l’eccesso, non l’equilibrio.

Negli ultimi mesi, diversi profili social hanno diffuso video e meme che ritraggono persone con disabilità in modo caricaturale. I toni sono grotteschi, i commenti spesso intrisi di derisione. In molti casi, il consenso del pubblico arriva sotto forma di centinaia di migliaia di “like”, visualizzazioni e condivisioni.

Il caso dei contenuti “virali”

Pochi giorni fa, un noto creator è finito al centro delle polemiche per aver pubblicato un video in cui imitava i movimenti e il modo di parlare di una persona affetta da una forma di paralisi cerebrale. Il contenuto è stato rimosso solo dopo numerose segnalazioni, ma intanto aveva già superato il milione di visualizzazioni.

«È solo una battuta» è la giustificazione più ricorrente. Ma per le associazioni che si occupano di diritti delle persone con disabilità, si tratta di una narrazione tossica. «Non si può ridere di tutto, soprattutto se il riso si basa sulla disumanizzazione dell’altro», ha dichiarato in una nota l’Osservatorio Disabilità e Media.

Un problema culturale e sistemico

Il fenomeno non riguarda solo chi crea i contenuti, ma anche le piattaforme che li ospitano. Nonostante le linee guida ufficiali parlino di “tolleranza zero” verso l’odio e la discriminazione, i sistemi di moderazione automatica non sempre riescono a intercettare i messaggi abilisti, spesso camuffati da umorismo.

Alcuni esperti di comunicazione digitale sottolineano come l’algoritmo premi l’engagement, indipendentemente dal contenuto. «Il problema è che più un contenuto fa discutere – anche negativamente – più viene spinto in alto», spiega un analista dei social media. «Questo crea un circolo vizioso in cui la provocazione diventa strategia.»

La responsabilità collettiva

Non si tratta solo di regole o di censura, ma di un cambio di prospettiva. In una società sempre più interconnessa, ogni utente ha un ruolo. Condividere un video offensivo, anche per criticarlo, contribuisce ad amplificarne la portata.

Secondo i dati dell’Istat, in Italia ci sono oltre 3 milioni di persone con disabilità. Molte di loro utilizzano i social per raccontare la propria quotidianità, sensibilizzare o semplicemente intrattenere. Ma devono farlo in un ambiente in cui l’ironia può trasformarsi in scherno, e la visibilità può diventare vulnerabilità.

Serve più educazione digitale

Diversi osservatori indipendenti chiedono che nei programmi scolastici venga inserita una formazione sull’etica dei media e sull’uso responsabile dei social network. «L’inclusione passa anche dal linguaggio digitale», affermano i promotori della campagna #RespectOnline, lanciata proprio per contrastare i fenomeni di derisione ai danni delle persone con disabilità.
Ridicolizzare la disabilità sui social non è satira: è una forma di prepotenza, spesso sistemica. La libertà d’espressione è un diritto fondamentale, ma non può essere un alibi per alimentare stereotipi, marginalizzazione e odio. Occorre ridefinire i confini dell’umorismo, soprattutto quando a pagarne il prezzo è la dignità di chi già vive una condizione di fragilità.

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