In foto: Simona Ciappei, circondata da una valanga di bassi. Foto di Sergio Santinelli realizzata per il progetto “Diverrai Diamante”, il cui ricavato è stato devoluto alla ricerca scientifica.
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di Giuseppe Musto

Perché una persona in sedia a rotelle non dovrebbe poter acquistare un biglietto in prima fila per assistere al concerto del proprio artista preferito? È una domanda semplice, ma che in Italia continua a trovare ostacoli pratici e culturali. A rilanciarla con forza è Simona Ciappei, fondatrice del progetto “Sotto il Palco Anch’Io”, realtà che da anni si batte per garantire alle persone con disabilità un accesso realmente inclusivo agli eventi musicali dal vivo.

In un post pubblicato sui social, Ciappei affronta una questione che continua a suscitare incomprensioni. «Qualcuno ultimamente mi crede pazza o non ben informata», scrive, riferendosi alle reazioni che spesso riceve quando sostiene che anche una persona in sedia a rotelle dovrebbe avere la possibilità di acquistare un biglietto VIP, Gold o comunque nelle prime file di un concerto.

Una richiesta che, secondo molti, appare irrealistica. Eppure, osservando quanto accade negli Stati Uniti, emerge una realtà molto diversa.

Grazie all’Americans with Disabilities Act (ADA), la storica normativa federale che tutela i diritti delle persone con disabilità, l’accessibilità non viene interpretata come una semplice concessione, ma come un principio di pari opportunità. Nei grandi eventi musicali, infatti, gli spazi accessibili sono distribuiti in diversi settori delle strutture e in differenti fasce di prezzo.

Chi utilizza una sedia a rotelle può scegliere se acquistare un posto economico o un biglietto premium nelle aree più vicine al palco. Esistono postazioni dedicate direttamente nel parterre, integrate tra gli altri spettatori e progettate per consentire una partecipazione piena all’evento.

Un modello che, secondo Ciappei, dovrebbe rappresentare un punto di riferimento anche per l’Italia.

Nel nostro Paese, infatti, le persone con disabilità sono spesso collocate in aree separate, generalmente su pedane poste nelle zone posteriori di stadi e palazzetti. Soluzioni pensate per garantire sicurezza e accessibilità, ma che frequentemente finiscono per trasformarsi in una forma di esclusione involontaria, allontanando gli spettatori dal cuore dell’esperienza musicale.

Un altro elemento centrale riguarda la visibilità. Negli Stati Uniti le norme prevedono che le postazioni accessibili consentano di vedere il palco anche quando il pubblico circostante è in piedi. Una tutela fondamentale per chi assiste a concerti in cui cantare, ballare e muoversi rappresentano parte integrante dello spettacolo.

Non meno importante è il tema degli accompagnatori. Le migliori pratiche internazionali prevedono che chi accompagna una persona con disabilità possa sedere accanto a lei, nello stesso settore e alle medesime condizioni, evitando separazioni che finiscono per penalizzare ulteriormente l’esperienza di partecipazione.

La fondatrice di “Sotto il Palco Anch’Io” sottolinea inoltre di aver già portato queste problematiche all’attenzione delle istituzioni, partecipando a tavoli ministeriali dedicati all’accessibilità. In quelle sedi non si sarebbe limitata a evidenziare le criticità esistenti, ma avrebbe anche presentato proposte concrete e linee guida ispirate ai modelli adottati all’estero.

L’obiettivo è chiaro: arrivare alla definizione di regole nazionali che garantiscano procedure uniformi per l’acquisto dei biglietti e una distribuzione degli spazi accessibili realmente inclusiva all’interno delle strutture che ospitano concerti e grandi eventi.

La questione, in fondo, non riguarda soltanto la musica. Riguarda il concetto stesso di cittadinanza e partecipazione. Significa chiedersi se una persona con disabilità debba limitarsi ad accettare ciò che viene concesso oppure possa esercitare il diritto di scegliere, come qualsiasi altro cittadino, dove vivere le proprie passioni e i propri momenti di svago.

C’è poi una riflessione che va oltre il caso specifico. Nella storia, molte delle conquiste sociali che oggi consideriamo naturali sono nate da idee che inizialmente venivano giudicate impossibili, eccessive o persino assurde. Spesso chi immagina un cambiamento prima degli altri viene guardato con scetticismo, quando non apertamente deriso.

Le persone più lungimiranti non sono necessariamente quelle che accettano la realtà così com’è, ma quelle che riescono a intravedere ciò che potrebbe diventare. Hanno il coraggio di credere in una visione quando ancora non trova consenso, di insistere quando la strada sembra in salita e di continuare a porre domande che molti preferirebbero evitare.

Forse è proprio questo il valore della battaglia portata avanti da Simona Ciappei: ricordare che l’inclusione non consiste nell’accontentarsi di uno spazio riservato, ma nel poter scegliere liberamente il proprio posto. Perché il diritto di emozionarsi sotto un palco, davanti alla musica che si ama, non dovrebbe dipendere dalla condizione fisica di una persona, ma essere parte integrante di una società che si definisce davvero civile.

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