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ROMA – I lavoratori che assistono familiari con gravi disabilità hanno diritto a misure stabili e non a semplici concessioni temporanee. Con la sentenza n. 9104 del 13 aprile 2026, la Corte di Cassazione segna un nuovo punto fermo nella tutela dei caregiver, stabilendo che il datore di lavoro non può limitarsi a rinnovare di mese in mese agevolazioni provvisorie quando le esigenze di assistenza sono permanenti.

Il caso nasce dalla vicenda di una dipendente di una società per azioni, madre di un minore con grave handicap, che aveva chiesto un turno fisso mattutino – dalle 8.30 alle 15 – per poter seguire il figlio nel pomeriggio. In alternativa, si era detta disponibile anche ad accettare mansioni inferiori pur di conciliare lavoro e cura familiare.

L’azienda aveva però risposto con soluzioni temporanee, prorogate nel tempo ma mai trasformate in un assetto definitivo.

Dopo il rigetto del ricorso da parte del Tribunale e della Corte d’Appello di Roma, la questione è approdata in Cassazione. I giudici di legittimità hanno prima investito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che nel settembre 2025 ha chiarito come il divieto di discriminazione indiretta debba valere anche per i caregiver familiari.

Sulla base di questo principio, la Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, rinviando il procedimento a una nuova sezione della Corte d’Appello capitolina.

Secondo la Suprema Corte, è discriminatorio non adottare “soluzioni ragionevoli” che consentano al caregiver di assistere il familiare disabile. Ma è discriminatorio anche continuare troppo a lungo con provvedimenti provvisori senza arrivare a una soluzione stabile.

Nella sentenza viene sottolineato un passaggio destinato a fare giurisprudenza: davanti a una disabilità permanente, anche l’organizzazione del lavoro deve avere carattere stabile e duraturo. In altre parole, la precarietà organizzativa non può diventare la risposta ordinaria a esigenze di cura continuative.

La Cassazione chiarisce inoltre che spetta al datore di lavoro dimostrare l’eventuale impossibilità di adottare accomodamenti ragionevoli, provando che tali misure comporterebbero costi o difficoltà organizzative sproporzionate.

Nel caso concreto, i giudici hanno rilevato che l’azienda non aveva neppure valutato la proposta della lavoratrice di essere assegnata a mansioni inferiori.

La decisione rappresenta un ulteriore passo avanti nel riconoscimento dei diritti dei caregiver familiari, già valorizzati dalla giurisprudenza europea. E manda un messaggio chiaro alle aziende: le esigenze di assistenza non possono essere affrontate soltanto con deroghe temporanee o proroghe indefinite.

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