|
Ascolta articolo
Getting your Trinity Audio player ready...
|
La vicenda, riportata da «la Repubblica» di Genova in un articolo firmato da Michela Bompani, riguarda un giovane con grave disabilità che si è recato all’anagrafe per il rinnovo della carta d’identità.
GENOVA — Secondo quanto riportato da la Repubblica di Genova, una normale pratica amministrativa si sarebbe trasformata in un momento di forte sofferenza per un ragazzo con grave disabilità e non autosufficiente.
Il giovane si era recato all’Ufficio anagrafe di piazza Manzoni insieme alla madre e alla persona che lo assiste, per il rinnovo della carta d’identità. La famiglia aveva già segnalato le particolari difficoltà del ragazzo, che non riesce a sopportare a lungo la permanenza in ambienti chiusi e affollati.
Nonostante le informazioni fornite in precedenza, una volta arrivati negli uffici la famiglia sarebbe stata invitata a seguire la procedura ordinaria: prendere il numero e attendere il proprio turno.
L’attesa avrebbe però provocato rapidamente una situazione di forte disagio. Le condizioni del giovane sarebbero peggiorate fino a una crisi, durante la quale sarebbe arrivato a sdraiarsi sul pavimento dell’ufficio.
La madre e l’assistente avrebbero cercato di spiegare nuovamente la situazione e di ottenere una modalità alternativa per completare la pratica. Secondo il racconto riportato dal quotidiano, anche un’addetta avrebbe tentato di trovare una soluzione, senza però riuscire a modificare la procedura.
A quel punto, sarebbe stato un altro utente dell’anagrafe a intervenire spontaneamente, cedendo il proprio posto alla famiglia dopo essersi accorto delle condizioni del ragazzo.
L’episodio è stato segnalato da Marco Macrì, referente dell’associazione Genova Inclusiva, che ha richiamato l’attenzione sul principio dei «ragionevoli accomodamenti» e sulla necessità di rendere concretamente accessibili i servizi pubblici alle persone con disabilità.
La vicenda pone infatti una questione che va oltre il singolo episodio: le procedure pensate per organizzare l’accesso agli uffici possono diventare un ostacolo quando non tengono conto delle esigenze specifiche delle persone più fragili.
Particolarmente significativo sarebbe stato il momento in cui la pratica è stata finalmente avviata. Secondo quanto raccontato dalla madre, dopo il riconoscimento visivo iniziale, il ragazzo avrebbe potuto lasciare l’ufficio. Per la famiglia, questo elemento avrebbe reso ancora più difficile comprendere perché fosse stato necessario sottoporlo a una lunga attesa in un ambiente che gli provocava sofferenza.
La madre ha espresso amarezza per quanto accaduto e per la sensazione di non essere stata adeguatamente ascoltata. La sua richiesta, così come emerge dal racconto, non era quella di ottenere un privilegio, ma di trovare una modalità compatibile con le condizioni del figlio.
Il caso riporta dunque al centro il tema dell’inclusione nei servizi pubblici: non soltanto l’abbattimento delle barriere architettoniche, ma anche la capacità di adattare tempi, procedure e modalità di assistenza alle diverse necessità degli utenti.
Perché per una persona con una grave disabilità, ciò che per altri rappresenta una semplice attesa può trasformarsi in un ostacolo insormontabile.
Fonte: la Repubblica – Genova
Articolo firmato da: Michela Bompani