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Di Giuseppe Musto
TORINO – “Scuola accessibile”, “inclusiva”, “tutto è pronto”. Promesse che si sono rivelate solo parole. Per Astrid, mamma di un quindicenne in sedia a rotelle, e per suo figlio, l’anno scolastico è diventato un calvario quotidiano fatto di barriere fisiche e silenzi istituzionali.
Un percorso a ostacoli, ogni giorno
Da settembre 2024, il ragazzo frequenta il primo liceo in provincia di Torino. Nonostante le rassicurazioni ricevute, l’edificio scolastico si è trasformato in un labirinto di esclusione: le pedane per disabili sono fuori uso da 12 anni, e nessuno le ha mai riparate. Per raggiungere l’aula, il ragazzo è costretto a un giro degradante: 20 minuti attraverso i sotterranei, da solo, mentre i compagni entrano dall’ingresso principale.
Non può condividere la merenda in cortile con gli altri. Se la classe si sposta in auditorium, lui deve passare tra erbacce e rifiuti. “Come se fossi invisibile”, racconta a sua madre.
Le istituzioni tacciono
Astrid, anche lei in sedia a rotelle dopo un’infezione che l’ha privata di entrambe le gambe, ha lottato per far sentire la propria voce: ha scritto alla dirigenza, ha contattato il Comune. Nessuna risposta. Solo silenzio. Intanto, suo figlio si chiude in se stesso: “Perché io, mamma?”, le chiede. E lei non sa più come rispondere.
“Questa non è inclusione, è violenza”, denuncia Astrid. “Una violenza sottile, che ti spezza l’anima giorno dopo giorno”.
L’appello: “Aiutateci a farci vedere”
La sua storia non è un caso isolato, ma un esempio drammatico di come l’accessibilità in Italia resti spesso un’utopia. “Cosa serve per essere ascoltati? Un video virale? Una tragedia?”, si chiede Astrid.
Ora, attraverso un accorato appello a Matteo Lucio Maiolo, chiede che la sua voce arrivi lontano: “Perché nessun ragazzo dovrebbe subire questo. Perché nessuno dovrebbe essere lasciato solo”.
La battaglia di Astrid e di suo figlio è quella di tanti. E il loro grido d’aiuto merita di rompere il muro dell’indifferenza.
Questa non è solo la storia di Astrid e di suo figlio. È il racconto di un fallimento collettivo, di un Paese che si riempie la bocca di parole come “inclusione” e “diritti” ma poi, nella realtà, lascia indietro chi ha più bisogno.
Quel ragazzo di 15 anni costretto a passare dai sotterranei, come un fantasma, mentre i suoi compagni ridono e chiacchierano all’ingresso principale, è il simbolo di un sistema che preferisce girare lo sguardo piuttosto che affrontare problemi scomodi. E il silenzio delle istituzioni—quel silenzio assordante—è più eloquente di mille scuse.
Quante volte abbiamo sentito promesse su scuole “accessibili a tutti”? Eppure, pedane rotte da 12 anni (dodici!) non sono un dettaglio, sono una vergogna. Sono la prova che, per molti, la disabilità è ancora un’opinione, un optional, qualcosa che può aspettare.
Astrid ha ragione: questa non è inclusione, è violenza psicologica. È l’umiliazione quotidiana di un adolescente che si chiede:”Perché io?”E a cui nessuno sa rispondere.
La domanda ora è: serve davvero una tragedia per smuovere le coscienze? O forse, semplicemente, serve una società che smetta di considerare l’accessibilità un “favore” e la riconosca come un diritto.
La battaglia di Astrid è la nostra battaglia. E se il suo grido non basta a scuotere l’indifferenza, allora dovremmo chiederci tutti: “Di che pasta siamo fatti?”